Partito comunista italiano

Dalla nascita alle elezioni amministrative del 1946

La Federazione modenese del Partito comunista d’Italia nasce il 20 febbraio 1921. I suoi principali esponenti provengono in larga parte dalla Federazione giovanile socialista, ma anche da alcuni gruppi anarchici. Il nuovo partito è costretto da subito ad operare in una condizione di semi-clandestinità, perché fascisti e autorità di polizia intervengono continuamente ad impedirne le attività. Nonostante le difficoltà, nelle elezioni politiche del 1924 ottengono un risultato sorprendente: un partito con soli 140 iscritti raccoglie 4.196 voti, il 5.5 per cento del totale.
In realtà questa piccola organizzazione è attraversata da forti tensioni, dovute allo scontro tra la linea di ‘sinistra’ di Bordiga – che raccoglie il consenso del gruppo fondatore del partito modenese – e quella di ‘centro’ di Gramsci. Nel congresso clandestino che si svolge a Ganaceto nel dicembre 1925 si afferma definitivamente la linea di Gramsci, ma nel giro di qualche mese il partito – che ha raggiunto i 257 iscritti – si deve adattare a una condizione di totale clandestinità, a seguito delle leggi eccezionali del 1926 e la nascita della dittatura fascista.
L’attività prevalente diventa quella della propaganda e soprattutto della difesa della struttura clandestina, continuamente colpita dall’azione repressiva. Sono centinaia i comunisti modenesi controllati, ammoniti, arrestati e condannati al carcere, inviati al confino politico, costretti ad emigrare in altre città o all’estero per evitare persecuzioni. Nel 1929 e fino al 1933 il Comitato federale del partito è spostato a Carpi, per le difficoltà ad operare nel capoluogo. Numerosi sono i cambi nel gruppo dirigente, a causa dei continui arresti dei militanti.
Una ripresa di attività si registra nella seconda metà degli anni Trenta, a seguito dell’aggressione fascista all’Etiopia e della guerra di Spagna, ma nel giro di poco tempo il partito è di nuovo disarticolato dall’azione repressiva delle autorità. Quando l’Italia entra in guerra, nel 1940, ormai la presenza comunista in provincia è episodica, e qualche tentativo di riorganizzazione a Modena, Carpi e Mirandola si concretizza soprattutto tra il 1942 e il 1943, quando il partito a seguito dello scioglimento dell’Internazionale comunista si trasforma il Partito comunista italiano.
Alla caduta del fascismo rientrano dal confino e dalle carceri diversi militanti, e il Partito consolida la propria struttura. Dopo l’occupazione tedesca, gli appelli immediati alla mobilitazione non trovano una risposta convinta probabilmente Dopo l’occupazione tedesca, gli appelli immediati alla mobilitazione non trovano una risposta convinta, per le perplessità presenti sulla possibilità di creare formazioni partigiane in montagna e in pianura.
Solo con il cambio dei principali dirigenti queste incertezze sono superate e, nel corso del 1944, il partito è protagonista della costruzione del movimento partigiano. Permangono però tensioni e diversità di linea politica soprattutto con democristiani e socialisti. Ed è difficile convincere i nuovi aderenti – gli iscritti passano dai 2.000 del 1944 ai 5.000 poco prima della Liberazione – che il partito non intende muoversi in una prospettiva rivoluzionaria, una volta liberato il Paese.
Dopo il 25 aprile il partito conosce uno sviluppo impressionante, passando da 20.000 iscritti di aprile a 42.000 in estate, per arrivare a 51.000 organizzati in occasione del congresso d’ottobre 1945 (primo incontro ‘legale’ dopo vent’anni di attività). Gli aderenti sono prevalentemente operai, braccianti e mezzadri, con una forte presenza di donne (il 37 per cento del totale) e di giovani.
I problemi principali che il gruppo dirigente si trova di fronte è strutturare il partito e controllarne le articolazioni, consolidare il consenso e la simpatia che raccoglie tra la popolazione, vincere la “mentalità clandestina” ancora presente in alcuni suoi esponenti, gestire i problemi della violenza postbellica, che coinvolge numerosi partigiani comunisti in episodi di giustizia sommaria.
Alle elezioni amministrative del 1946 comunisti e socialisti conquistano 41 comuni su 46 con il 70 per cento dei voti, e i comunisti risultano essere il primo partito in termini di consenso elettorale, raccogliendo anche in occasione delle elezioni per l’Assemblea costituente 123.336 voti, pari al 44,11 per cento del totale.

La Verità, 26 marzo 1946

 

2 giugno 1946: le elezioni all’Assemblea Costituente

Nelle elezioni politiche per l’Assemblea Costituente e per il Referendum istituzionale del 2 giugno 1946, il Partito comunista italiano si presenta forte del primato di iscritti a livello nazionale, contando ben 1.870.707 tesserati e una raccolta finanziaria di 49.889.000 lire tramite una sottoscrizione a premi. In questa tornata, la stampa dell’epoca definisce chiaramente Modena come il “fortilizio comunista” della XIV Circoscrizione, una roccaforte che gli avversari intendono demolire «a colpi di scheda», ma protetta da un costante lavoro capillare. Questo radicamento si realizza attraverso le cellule e le sezioni, che costituiscono gli snodi di un’articolata organizzazione in grado di connettere le masse operaie della città e la maggioranza dei mezzadri e dei braccianti della campagna.
In questa tornata elettorale, i comunisti, come gli altri partiti, si presentano da soli, senza costruire liste di coalizione. Come riportato su “L’Unità Democratica” il 29 aprile, la linea politica e l’organizzazione della lotta elettorale vengono definite a Roma il 28 aprile, nella seduta plenaria del Comitato Centrale, attraverso i rapporti di Mauro Scoccimarro e Umberto Terracini. Quest’ultimo evidenzia il consolidamento del partito, forte del 26 per cento dei voti e degli oltre 18.000 seggi conquistati nei consigli comunali nelle precedenti consultazioni. Nel suo rapporto, Scoccimarro richiama la necessità di una severa vigilanza democratica contro ogni tentativo di provocazione fomentato dalle forze reazionarie per condizionare il voto, e illustra il programma del partito, che si riassume in tre punti essenziali: riforma costituzionale, riforma industriale e riforma agraria.
L’obiettivo principale è l’affermazione di una Repubblica democratica parlamentare e non presidenziale, dal chiaro carattere sociale, preceduta da una dichiarazione sul diritto al lavoro e basata sul principio che ogni potere tragga origine dal popolo. Il programma prevede la garanzia per tutte le organizzazioni popolari, un nuovo concetto di proprietà, il controllo popolare sullo Stato, attenzione ai diritti delle donne e dei giovani, un ampio decentramento locale con l’elettività di tutte le cariche e l’abolizione dei prefetti, oltre a un potere giudiziario strutturato anche con magistrati in parte elettivi.
Sul piano economico, la riforma industriale prevede limiti alla nazionalizzazione di grandi industrie e banche, la trasformazione dell’Iri, l’introduzione dei consigli di gestione e lo sviluppo della piccola e media industria. La riforma agraria punta invece all’espropriazione delle grandi proprietà assenteiste, alla revisione dei patti agrari e all’istituzione di un fondo agrario. Questo programma viene rilanciato dal leader Palmiro Togliatti nei grandi comizi nazionali, il quale attacca la monarchia per aver tradito il popolo e propone una politica di collaborazione, offrendo libertà, pace e lavoro, dichiarandosi pronto a collaborare con la Democrazia Cristiana e garantendo la libertà di culto.
A livello locale, i comunisti – la cui sede è in Viale Medaglie d’Oro – organizzano una serie di comizi sul territorio provinciale; quello principale si tiene a Modena la mattina del 12 maggio in Piazza Grande, quando il segretario della Federazione modenese Leonida Roncagli e il sindaco Alfeo Corassori parlano alla cittadinanza direttamente dal balcone del Palazzo Comunale. La lista dei venti candidati della XIV Circoscrizione, che comprende le province di Modena, Parma, Reggio Emilia e Piacenza, esprime una composizione sociale legata al mondo del lavoro e delle professioni.
Per la provincia di Modena si candidano il sindaco e bracciante Alfeo Corassori, l’ingegnere Alberto Pucci, il mezzadro Olindo Cremaschi, la sarta Gabriella Rossi e l’operaio Luigi Benedetti. Gli altri esponenti del collegio sono l’operaia Teresa Noce, l’ingegnere Giacomo Ferrari, l’idraulico Dante Gorreri, il dottore in giurisprudenza Enzo Costa e l’avvocato Primo Savani per Parma; l’impiegato Umberto Mazzola, il contadino Silvio Fantuzzi, la professoressa Leonilda Iotti, l’operaio Cesare Campioli e Waldo Magnani per Reggio Emilia; il tipografo Remo Polizzi, il geometra Giuseppe Visconti, l’impiegata Maria Isabella Cremasco e l’artigiano Paolo Bellizzi per Piacenza.
L’esito delle urne conferma il successo dei comunisti, che nella XIV Circoscrizione ottengono complessivamente 334.170 voti. I dati ufficiali dell’ufficio elettorale circoscrizionale di Parma confermano che Modena è la città del collegio che attribuisce il maggior suffragio assoluto al partito, con 123.347 voti (di cui 28.131 ottenuti nel solo comune di Modena città), superando i 105.587 di Reggio Emilia, i 67.430 di Parma e i 37.817 di Piacenza. Poco più di un quarto dei voti raccolti si concentra quindi nel capoluogo di provincia, rappresentando una diffusione del partito abbastanza uniforme sul territorio.
Questo massiccio consenso permette l’elezione all’Assemblea Costituente dell’ingegnere Alberto Mario Pucci. Inoltre, da L’Unità Democratica dell’8 giugno si apprende che “Non è escluso che anche Corassori venga eletto deputato poiché egli è l’ottavo nella graduatoria delle preferenze. Pertanto se Mazzola o la Noce che sono in lista nazionale fossero eletti, anche in quest’ultima rimarrebbe vacante un seggio per i comunisti nella quattordicesima circoscrizione che sarebbe occupato dal nostro sindaco”. È proprio questo lo scenario infatti che si viene a creare: Alfeo Corassori viene eletto, ma rapidamente declina la carica per rimanere Sindaco di Modena, e viene successivamente sostituito nel settembre 1946 da Olinto Cremaschi.
Subito dopo la pubblicazione dei risultati e la vittoria della Repubblica, il partito si adopera per stabilizzare la situazione politica. Nei comizi successivi al voto, il segretario Roncagli lancia un forte appello alla pacificazione e rassicurando i sostenitori della monarchia di agire per il bene comune di tutti i cittadini. L’unica ferma chiusura espressa dal partito riguarda la tutela dell’ordine pubblico, chiarendo che il popolo non permetterà a nessuno di provocare disordini, poiché la priorità assoluta della nuova fase è il mantenimento della pace sociale per iniziare il cammino della ricostruzione.


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Comuni dove il partito ha vinto per tornata elettorale


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