Modena
Modena, capoluogo di provincia con quasi 106.000 abitanti nel 1944, vive nel 1920 una svolta politica senza precedenti con l’elezione del primo sindaco socialista, Ferruccio Teglio. Nonostante la vittoria, il movimento socialista modenese resta fragile, insidiato da una borghesia conservatrice e dalla reazione squadrista finanziata dagli agrari. Il clima sociale degenera rapidamente: il 7 aprile 1920, durante uno sciopero generale, le forze dell’ordine sparano sui manifestanti in Piazza Grande uccidendo cinque lavoratori. La tensione sfocia in una vera guerra civile tra socialisti, anarchici e fascisti, culminando nel gennaio 1921 con l’uccisione del fascista Mario Ruini e la successiva distruzione della Camera del lavoro da parte delle squadre d’azione.
Nel tentativo di placare le violenze, la maggioranza socialista si dimette nell’aprile 1921, portando al commissariamento del Comune. Tuttavia, l’ala fascista intransigente rigetta ogni patto di pacificazione e conquista il potere assoluto nelle amministrative di novembre 1922, dove la lista di Fausto Bianchi, unica in lizza, ottiene il 98% dei voti. Con la fascistizzazione della società, le opposizioni sono ridotte al silenzio o alla clandestinità: i popolari di Giuseppe Casoli e Alessandro Coppi, i riformisti del Psu guidati da Pio Donati e Gregorio Agnini, e i comunisti di Adriano Bertero e Beatrice Ligabue subiscono il bando delle Leggi eccezionali del 1926. Nonostante la sorveglianza su 613 schedati politici, piccoli nuclei comunisti resistono nelle campagne e nelle “ville” suburbane, riorganizzandosi faticosamente negli anni Trenta.
Durante l’occupazione, Modena e le sue frazioni (tranne Ganaceto, Lesignana e Villanova, che appartengono alla Prima zona) costituiscono la Settima zona partigiana, cuore industriale della provincia con un ceto operaio altamente organizzato. Già nell’autunno del 1943 nascono in città i primi Gap, coordinati dal Partito comunista e inquadrati nel 1944 nel distaccamento Giuseppe della 65ª Brigata Garibaldi. Operando in un contesto urbano saturo di comandi tedeschi e della Rsi, i partigiani agiscono grazie a una fitta rete di rifugi clandestini offerti dalla cittadinanza. Nell’aprile 1945, l’integrazione con le Sap locali porta alla liberazione definitiva della città il 22 aprile. Il Cln nomina allora sindaco il comunista Alfeo Corassori. Come ha ricordato lui stesso, la scelta di designarlo a sindaco di Modena matura già nel corso della lotta clandestina, a partire da settembre-ottobre del 1944. Rappresentante del Pci, Corassori sarebbe stato affiancato da due vicesindaci: il conte Giuseppe Forni per la Dc e Roberto Monzani, commerciante, per il Psiup.
Domenica 22 aprile 1945, giorno della liberazione di Modena, intorno alle 11 del mattino Corassori si incammina da via Sant’Eufemia e sale in Municipio. Qui rimase poco, non avendo trovato nessun funzionario comunale e anche perché i combattimenti in città non sono ancora conclusi. L’indomani si insedia come sindaco nella Sala del fuoco e il 24 aprile avviene lo scambio ufficiale di consegne tra la vecchia e la nuova amministrazione. Corassori prende in consegna l’Amministrazione comunale e l’Opera Poletti dal cessato vice podestà, Otello Bertoni, alla presenza del segretario generale del Comune, Raffaele Vallisi, e del ragioniere capo, Renzo Ghittoni che predispongono gli atti.

Fino al 2 giugno 1945 il sindaco e i due vicesindaci, affiancati dai membri del Cln locale e in collaborazione con i rappresentanti del Governo militare alleato, adottano alcune misure immediate per consentire al comune di avviarsi, superando grandi ostacoli, verso una difficile normalità, dopo le distruzioni e le limitazioni del periodo bellico.
Nel frattempo, il 1° maggio il Governo militare alleato della V Armata, nella persona del generale di brigata Edgard Erskine Hume, nomina sindaco Corassori. La nomina viene poi definitivamente ratificata il 7 maggio 1945 dal tenente colonnello R. W. Whineray, commissario provinciale alleato. Il 2 giugno si insedia invece la Giunta proposta dai partiti del Cln e nominata dal Comando alleato, formalmente su indicazione del prefetto. La Giunta (comunemente definita “popolare”) è formata, oltre che dal sindaco e dai due vicesindaci, da otto assessori effettivi e quattro supplenti. Gli assessori effettivi sono i democristiani Erone Cristofoli (ingegnere, ai Lavori Pubblici) e Giuseppe Cavazzuti (Istruzione), il socialista Ermanno Orsi (geometra, Economato), i liberali Iro Righi Riva (avvocato, Contenzioso) ed Ermete Ferrari (Sanità e Igiene), l’azionista Alessandro Lolli (Finanze) e i comunisti Carlo Baroni (Razionamento e Consumi) e Clelia Manelli (Beneficenza e Servizio Pensionati, prima donna a ricoprire questo incarico a Modena). I quattro supplenti sono il socialista Norberto Maramotti (Statistica), l’azionista Albano Franchini (Stato Civile), e due designati dal Corpo volontari della Libertà-Divisione Modena: Giuseppe Trevisi (Alloggi) e Cesare Cesari (Polizia).
Il 23 giugno 1945 Corassori è confermato sindaco del capoluogo con atto del Prefetto di Modena, a norma del Regio decreto luogotenenziale del 4 aprile 1944. Il 14 luglio arriva anche il decreto prefettizio di nomina della Giunta. Come assessori effettivi sono nominati Giuseppe Cavazzuti, Ermete Ferrari, Giuseppe Forni, Alessandro Lolli, Clelia Manelli, Roberto Monzani, Ermanno Orsi e Iro Righi Riva; come assessori supplenti Carlo Baroni, Cesare Casari, Alfonso Casoli e Albano Franchini. Il numero degli assessori rimane invariato, mentre sono eliminate le figure dei due vicesindaci.
Il 31 luglio 1945, nuovamente alla presenza di Vallisi e Ghittoni, il sindaco si insedia ufficialmente alla guida del comune. Alla mezzanotte tra il 4 e il 5 agosto l’amministrazione alleata cessa definitivamente e inizia quella sotto il Governo di Roma. Il 7 luglio Cristofoli, che nel frattempo è diventato questore al posto di Manfredi Bertazzoli Cova, si dimette, venendo sostituito come assessore effettivo da Alfonso Casoli e il 17 agosto 1945 Aurelio Ferrari subentra, come assessore supplente con delega allo Stato Civile, al dimissionario Albano Franchini.
L’immediato dopoguerra è per Modena, come per il resto dell’Italia segnata da una situazione di grave emergenza, attraversata da un complesso processo di ricostruzione e duramente segnata dai bombardamenti e da una feroce guerra civile. Alla distruzione materiale si affiancano la riconversione dell’economia di guerra, la carenza di abitazioni, la presenza di sfollati, la scarsità di generi alimentari, la disoccupazione e il rientro degli internati e dei reduci. In questa situazione di grave precarietà, le elezioni del 1946 rappresentano la prima occasione di partecipazione collettiva alla vita civile dopo la guerra. Le donne non hanno mai votato e nemmeno tutti gli uomini fino ai 43 anni.
Modena in quanto capoluogo di provincia e comune con più di 30.000 abitanti va alle elezioni amministrative con il sistema proporzionale. Il numero dei consiglieri da eleggere è 40 e alle elezioni si presentano 6 liste. La presenza femminile nelle liste rimane contenuta a Modena. Su 40 candidati il Partito Comunista presenta 6 donne, il Partito Socialista 4, la Democrazia Cristiana 3, il Partito d’Azione 2, il Partito Liberale 2 su 32, mentre il Partito Repubblicano non include alcuna donna.

I cittadini modenesi si recano alle urne il 31 marzo 1946. Nonostante il timore di disordini – il Prefetto chiede al Comando Territoriale Militare di Bologna la messa a disposizione di 80 carabinieri aggiuntivi da impiegare nelle giornate del 24 e del 31 marzo a scopo precauzionale – le operazioni di voto si svolgono regolarmente, senza disordini né agitazioni, in un clima complessivamente sereno e favorevole.

Sono 88 le sedi di seggio nella città di Modena e, in alcun e di queste, la penuria di attrezzature idonee porta all’utilizzo di armadi veri e propri come cabine elettorali. Dal resoconto della giornata elettorale dell’Unità Democratica sappiamo che già nelle prime ore della mattina, prima dell’apertura dei seggi, cittadine e cittadini attendono il loro turno per il voto e che ci sono alcune donne anche tra le scrutatrici dei seggi.
Il due aprile 2 aprile 1946 pubblica “I dati definitivi delle lezioni cittadine. I comunisti vittoriosi con 30162 voti. Democristiani 17.417 voti – socialisti 11.991 – liberali 1991 – repubblicani 592 – azionisti 523. Una gigantesca falce e martello saluta dalla Ghirlandina la vittoria comunista. L’affermazione della democrazia cristiana al secondo posto”

Il 20 aprile 1946 il Consiglio eletto si riunisce per formare la Giunta ed eleggere al proprio interno il Sindaco. Corassori viene confermato e sono nominati assessori Rubes Triva, Arnaldo Zanuccoli, Mario Pucci, Giuseppe Levrin, Arturo Monelli, Enzo Gatti; assessori supplenti Clelia Manelli, Ervé Magnanini.
Tra i consiglieri Mario Rompianesi sostituisce Roberto Micheletti che muore il 31 luglio 1947
Fonti
- Al governo del Comune: tremilacinquecento modenesi per la comunità locale dal 15. secolo ad oggi, Modena, Archivio storico, Comune, Assessorato alla cultura e beni culturali, (1996)
