Serramazzoni
Situato in una posizione chiave lungo la via Giardini, il comune di Serramazzoni (denominato fino al 1948 Monfestino in Serramazzoni) conta nel 1944 circa 8.900 abitanti, risultando il terzo centro montano per popolazione. Il territorio, a forte vocazione agricola, diventa nel biennio 1920-1921 il fulcro delle lotte sindacali dell’Appennino. Qui l’Unione del lavoro si fa protagonista del rinnovo del patto colonico, portando avanti istanze che si contrappongono sia ai socialisti sia ai proprietari terrieri, fino alla sigla dell’accordo con l’Agraria di Modena.
Il quadro politico del primo dopoguerra vede una netta prevalenza cattolica: nelle elezioni del 1919 il Ppi ottiene il 51% dei consensi, seguito dai liberal-democratici (33%) e dai socialisti (16%), equilibri confermati sostanzialmente anche nel 1921. Il municipio è retto da un’amministrazione liberal-popolare fino all’ascesa del fascismo. Nel 1924 il Pnf balza al 68,9% dei voti; il sindaco liberale Onorio Castelli scivola progressivamente verso il regime, diventando nel 1926 il primo podestà del comune. L’antifascismo locale appare numericamente limitato: la polizia scheda dodici persone, la maggior parte delle quali risiede però all’estero. Durante la prima fase del conflitto, il paese funge da luogo di internamento libero per 37 ebrei stranieri.
Nella fase resistenziale, Serramazzoni vive il passaggio della banda Rossi e degli uomini di “Marcello”, diventando teatro di azioni partigiane, ma anche duri rastrellamenti tedeschi. Dopo la Liberazione, la carica di sindaco viene affidata dal Cln dapprima al socialista Aristide Marcolini, poi a Geminiano Franchini e infine all’azionista Luigi Zanoli, che riceve la conferma definitiva dal voto popolare del marzo 1946.
