San Felice sul Panaro
Situato 30 km a nord-est di Modena, San Felice conta 11.373 abitanti nel 1944. L’economia è prevalentemente agricola, con diecimila capi di bestiame e un settore industriale limitato a piccole attività. Nel 1919 i socialisti dominano la scena politica con il 72% dei voti, ma nel 1921 il quadro muta drasticamente: il Blocco nazionale balza al 54%, mentre il Psi scende al 36%. Questo ribaltamento è accompagnato da forti tensioni istituzionali: il sindaco Emilio Duò si dimette nel 1920 per dissidi interni, mentre il suo successore, Domenico Piedini, è costretto a lasciare la carica nell’aprile 1921 a causa delle intimidazioni fasciste.
La violenza squadrista segna profondamente il biennio 1921-1922, colpendo esponenti di sinistra e religiosi, come il parroco don Edoardo Bortolotti. Tra gli episodi più gravi figurano l’uccisione del bracciante Benvenuto Pignatti a San Biagio e le bastonature contro i soci della cooperativa di Pavignane. Nonostante l’insediamento del sindaco fascista Arnaldo Puviani nel dicembre 1922, l’ostilità verso il regime resta diffusa tra la borghesia cittadina e soprattutto tra i braccianti (43% della popolazione agricola). Negli anni Trenta il dissenso si manifesta attraverso scritte sovversive, la diffusione di stampa clandestina — che costa il confino a Erio Ignazio Setti — e le prediche di don Armando Vivi contro i gerarchi. Complessivamente sono 46 i sanfeliciani schedati, tra cui spiccano il futuro senatore Quinto Tosatti e il combattente internazionalista Cesare Menarini. L’aggressione dell’Etiopia e, ancor di più, l’entrata in guerra, fanno aumentare le manifestazioni di intolleranza e, dal 1942, si risveglia l’attività comunista.
Durante la Resistenza, San Felice è un nodo strategico della Seconda zona partigiana, caratterizzata da numerosi depositi della Wehrmacht e da intensi traffici militari della Rsi. Tra la primavera e l’estate del 1944 si attivano i Gap, che a settembre confluiscono nel distaccamento Bruni della 65ª Brigata Garibaldi Walter Tabacchi, per poi unirsi insieme alle Sap nella 14ª Brigata d’Assalto Remo. Alla Liberazione, dopo le reggenze dell’ex podestà Antonio Monari e del socialista Gregorio Rebecchi, il Cln affida il comune a Cesare Menarini, leader comunista già emigrato in Francia poi attivo nella guerra civile spagnola, confermato ufficialmente dal voto popolare nel marzo 1946.
