Montecreto
Situato nell’alto Appennino modenese, Montecreto conta nel 1944 circa 2.000 abitanti, impiegati per l’80% in un’agricoltura che inizia ad aprirsi all’accoglienza turistica. Il primo dopoguerra è segnato da forti rivendicazioni operaie: nel 1920, trecento lavoratori degli impianti elettrici di Riolunato e Montecreto incrociano le braccia per otto ore chiedendo contratti più equi e migliori condizioni di lavoro. Sul piano politico, le elezioni del 1919 sanciscono il dominio del Ppi con il 70% dei consensi, seguito dai liberal-democratici (18%) e dai socialisti (12%). Nel 1921 i popolari si confermano prima forza (60%), mentre il Psi triplica i propri voti arrivando al 26% a scapito del Blocco nazionale.
L’amministrazione popolare regge il comune fino alla fine del 1923, manifestando una decisa resistenza simbolica al regime: nel 1924, durante l’inaugurazione del monumento ai caduti, il comitato organizzatore si rifiuta apertamente di invitare le autorità fasciste. Nello stesso anno, tuttavia, il Pnf raggiunge il 50% dei voti. L’antifascismo locale resta un fenomeno perlopiù d’esportazione: dei sette schedati politici di Montecreto, quasi tutti risiedono in Francia e lì conducono la propria battaglia. L’unico atto di dissenso interno registrato durante la dittatura è la protesta dei lavoratori di Acquaria contro la disoccupazione nell’aprile 1931.
Nella fase cruciale della Resistenza, tra la primavera e l’estate del 1944, il territorio diventa teatro delle operazioni della Brigata Ciro Menotti. Dopo la Liberazione, il Cln affida la guida del municipio inizialmente a Bruno Galli, sostituito poco dopo dall’indipendente Ettore Beneventi, che riceve poi la conferma ufficiale nelle prime elezioni libere del 13 ottobre 1946. Invalidate le elezioni comunali della primavera, in ottobre sono presentate due liste a base territoriale: una della frazione di Acquaria e una di Montecreto.
