Castelfranco Emilia
Castelfranco Emilia, comune di oltre 19.000 abitanti lungo la via Emilia a 15 km da Modena e su oltre 10.000 ettari di pianura fertile tra le province modenese e bolognese (passa alla provincia di Modena nel 1928), ha un’economia agricola mezzadrile con proprietari perlopiù residenti a Bologna, dove esercitano altre professioni, e limitata presenza operaia. Politicamente polarizzata da tradizioni socialiste e metodi violenti fascisti, vede i socialisti trionfare nelle amministrative dell’ottobre 1920 grazie a lotte sindacali, ma presto agrari e fascisti (squadristi supportati da borghesia, reduci e nazionalisti) conquistano il potere contro le leghe rosse, mantenendo una resistenza antifascista esigua ma significativa nonostante il regime. Nel 1929 registra il 3,5% di “No” al plebiscito fascista (terzo in provincia), ma l’antifascismo locale viene duramente represso. Le zone in cui il sentimento antifascista è maggiormente diffuso sono le frazioni di Piumazzo, Gaggio e Manzolino. Sono soprattutto i luoghi di lavoro le sedi nelle quali molti giovani prendono coscienza della necessità della lotta al regime. Negli anni Trenta, caratterizzati da una profonda crisi dell’economia locale, spesso il carattere economico delle manifestazioni dei lavoratori nasconde un implicito significato politico. L’antifascismo locale di matrice comunista svolge un decisivo ruolo di cerniera fra la federazione clandestina modenese e l’interregionale bolognese. L’emigrazione dei lavoratori all’estero (soprattutto in Belgio e Francia) e le migrazioni interne stagionali femminili creano piccole cellule antifasciste a volte in contatto con esuli politici, ma l’attività repressiva supera le frontiere nazionali e li osserva scrupolosamente., forti a Piumazzo, Gaggio e Manzolino, con 139 schedati (9 anarchici, 15 antifascisti, 52 comunisti, 48 socialisti ecc.) e 17 confinati. Nel territorio ha sede il carcere Forte Urbano, luogo di prigionia per circa 1.200 detenuti politici nel Ventennio e 708 dopo l’8 settembre 1943, inclusi partigiani, ebrei, comunisti dirigenti/esuli, antifascisti popolari, testimoni di Geova, irredentisti slavi, greci), e teatro di esecuzioni durante la Repubblica sociale italiana (13 fucilati nel 1944: 10 pavullesi renitenti, 3 emiliani). Durante la Resistenza manca un partigianato locale strutturato – molti si spostano sull’Appennino e la pianura bolognesi – mentre a compiere azioni di guerriglia nei territori sono partigiani provenienti dalle zone limitrofe. Alla fine della guerra, il Cln designa come sindaci prima Gaetano Melotti, poi il socialista Guido Armaroli, che però non parteciperanno alla Giunta del 1946, presieduta dal comunista Giuseppe Borghi.





