Montese

Situato all’estremità sud-orientale dell’Appennino modenese, Montese si estende su oltre 80 Kmq e conta 7.087 abitanti nel 1944, dediti principalmente all’agricoltura. Il primo dopoguerra vede una netta supremazia dei popolari, che nel 1919 ottengono il 64% dei consensi, seguiti dai socialisti (22%) e dai liberal-democratici (14%). Gli equilibri restano simili nel 1921, con il Ppi al 58% e il Psi al 24%. L’attivismo cattolico è trainato da don Giuseppe Peri, parroco di Montespecchio e fondatore della sezione locale del partito, che viene però allontanato dal vescovo nel 1927 a causa delle incessanti pressioni fasciste. La Giunta popolare è costretta alle dimissioni nell’autunno 1923, aprendo la strada al Pnf che nel 1924 raggiunge il 69% dei voti.

La conquista fascista del comune non porta stabilità, ma innesca una violenta faida interna tra le fazioni guidate da Antonino Ranieri, sindaco fino al 1926, e da Ezio Barattini, podestà e segretario del Fascio. Per placare i contrasti viene nominato podestà Giorgio Ricci, figura nota per la fondazione della colonia cilena di Capitan Pastene. Come per altri centri montani, il Ventennio è segnato da una forte emigrazione verso le Americhe e la Francia; questo fenomeno coinvolge anche la base antifascista: dei 35 schedati nati a Montese (tra cui 15 socialisti e 9 comunisti), solo otto risultano effettivamente residenti in paese durante la dittatura, rendendo rare le manifestazioni di dissenso interno.

Durante la lotta di Liberazione, nel territorio è operativa la 33ª Brigata Matteotti, espressione del partigianato socialista modenese. Nell’autunno 1944, la posizione strategica del borgo di Montespecchio lo rende sede delle brigate comuniste Gramsci e Roveda prima del passaggio del fronte. Con la fine del conflitto, il Cln affida la carica di sindaco ad Aldino Adani, a cui succede l’indipendente Oliviero Piazza, poi confermato ufficialmente dalle elezioni amministrative dell’aprile 1946.


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