San Possidonio
Comune di 4.685 abitanti nel 1944, San Possidonio presenta un’economia quasi esclusivamente agricola, con una proprietà terriera fortemente concentrata e una prevalenza di braccianti. Negli anni Trenta, il crollo dei prezzi agricoli e la chiusura delle due fornaci locali inaspriscono la disoccupazione, spingendo molti residenti all’emigrazione verso la Francia o l’Agro Pontino. L’indebitamento municipale, aggravato dalla costruzione del ponte sulla Secchia nel 1925, limita le opere pubbliche, costringendo la popolazione povera a ricorrere alla lavorazione casalinga dei cappelli di paglia. Politicamente, il dopoguerra vede un travaso di voti senza eguali: se nel 1919 il Psi ottiene il 79%, nel 1921 crolla al 15% a favore dell’85% del Blocco nazionale.
La violenza squadrista accompagna questa transizione: il sindaco socialista Clearco Gherardi è rimosso nel maggio 1921 e, in ottobre, il bracciante Medardo Ferrari viene ucciso dai fascisti in località Forcello. Con l’insediamento del sindaco fascista Vico Bellini nel 1922, gli oppositori finiscono sotto stretto controllo. La polizia scheda 22 nati nel comune, tra cui gli esuli Torindo Amaranti e Ugo Pellacani e l’anarchico Mario Stefanini. Nonostante il consolidamento del regime, il dissenso emerge in forme isolate, dalle prediche “impegnate” del parroco don Enrico Bussetti alle attività del falegname Giuseppe Giullari e dell’agricoltore Renato Zerbini. Solo nel 1935 nasce a Bellaria un nucleo antifascista strutturato che, collegandosi ai gruppi di Novi e Concordia, getta le basi per la futura lotta armata.
Durante la Resistenza, San Possidonio è integrato nella Seconda zona partigiana, area strategica per la presenza di depositi della Wehrmacht e per il contrasto ai traffici della Rsi. Tra la primavera e l’estate del 1944 si attivano i Gap, inquadrati nel distaccamento Bruni, e le Sap della 1ª Brigata Carlo. Queste formazioni partecipano ad azioni di rilievo, come l’assalto al presidio della Brigata nera a Concordia, per poi confluire nell’aprile 1945 nella 14ª Brigata d’Assalto Remo. Tra il giorno della Liberazione dal nazifascismo e le elezioni amministrative del 17 marzo 1946 a San Possidonio si alternano un commissario straordinario (Diego Di Marino, della Dc) e tre sindaci: Clearco Gherardi (Psi), Fernando Rebecchi (Pci) e Aldino Gelmini (Pci).
San Possidonio viene liberata poco prima dell’arrivo degli Alleati, con l’occupazione del paese da parte del III Battaglione Carlo della Brigata Remo, al comando di Cesare Buganza. Alle ore 10 del 23 aprile Di Marino e Rebecchi, quali membri e a nome del Cln, prendono in consegna l’Amministrazione comunale e l’Ente comunale di assistenza. Su proposta di Rebecchi, “un gruppo di cittadini” nomina Di Marino, per acclamazione, “commissario straordinario”. Verso le 11.30, dopo “un accurato rastrellamento” effettuato in mattinata dai partigiani, passano da San Possidonio le prime truppe alleate. Intorno alle 16 un ufficiale del Comando militare angloamericano prende in consegna l’Amministrazione comunale e procede “alla nomina del Sindaco”. Il giorno seguente si riuniscono nuovamente Di Marino e Rebecchi, “in attesa della regolare nomina del Consiglio Comunale e della Giunta”. Sulla base di “precedenti approcci”, all’unanimità viene eletto sindaco Clearco Gherardi, che “aveva retto l’ultima Amministrazione Comunale Socialista, defenestrata dal fascismo». Il 30 aprile è nominata anche la Giunta, con quattro membri effettivi e due supplenti, per un totale di sei membri divisi equamente tra il Partito comunista (Ilario Calzolari e Fernando Rebecchi), il Partito socialista (Giovanni Smerieri e Pompeo Tomasini) e la Democrazia cristiana (Neris Consoli e Giovanni Neri). Gherardi, a quel punto, rassegna le dimissioni e al suo posto viene nominato sindaco il comunista Rebecchi.
Il 21 maggio 1945, alla prima seduta del Consiglio comunale, convocato “come da disposizione” del Cln, i partiti antifascisti designano 20 membri: sei comunisti, altrettanti democristiani, cinque socialisti e tre “rappresentanti di massa”. Si tratta di: Galileo Cavicchioli, Aldino Gelmini, Riccardo Gualdi, Fernando Rebecchi, Alessandro Roversi e Napoleone Sgarbi (Pci), Anacleto Rebecchi, Clearco Gherardi, Giovanni Smerieri, Pompeo Tomasini e Vormes Vaccari (Psi), Enrico Benetti, Giuseppe Cavazza, Neris Consoli, Diego Di Marino, Giovanni Neri ed Annania Rettighieri (Dc), Virgilio Marelli, Bonfiglio Vaccari ed Ugo Zeni (rappresentanti di massa). I consiglieri Benetti, Cavazza, Neri e Rettighieri non partecipano a questa prima seduta.
La seduta d’insediamento è presieduta dal sindaco Rebecchi, che chiede di non essere rieletto “per dedicarsi interamente alla Camera del Lavoro” e che propone come suo successore Aldino Gelmini e come vicesindaco Clearco Gherardi. La proposta viene approvata all’unanimità ed è anche nominata la Giunta, composta dal socialista Pompeo Tomasini, i comunisti Napoleone Sgarbi e Fernando Rebecchi (al quale vanno le deleghe a Strade e Lavori pubblici) e i democristiani Diego Di Marino (Finanze) e Neris Consoli. Al vicesindaco socialista Gherardi va la competenza sull’Annonaria.
Il 7 luglio 1945 un decreto del prefetto conferma Gelmini nella carica di sindaco, ratificando quanto deciso dagli «organi locali». Alle elezioni del 17 marzo 1946 si presentano tre liste. I votanti sono 2.735. I comunisti ottengono 1.334 voti, eleggendo 16 consiglieri su 20; i socialisti (768 preferenze) i restanti 4. I democristiani, con 459 voti, non eleggono alcun rappresentante. Soltanto un quinto dei membri fa parte del Consiglio comunale indicato dal Cln meno di un anno prima. Per la prima volta, poi, risulta eletta una donna, Olema Forti, 21 anni, in rappresentanza del Partito comunista.
Il più votato è il sindaco Aldino Gelmini, che viene riconfermato nella carica. Come assessori effettivi sono nominati il socialista Arturo Cavazza e i comunisti Fernando Rebecchi, Napoleone Sgarbi (presidente del Gruppo Muratori di San Possidonio) e Fioravante Incerti; come supplenti Aristide Belloni (Psi) e Dante Pitocchi (Pci).
